I Tre Criteri di Lettura del Vaticano II (John W. O’Malley)

 Secondo O’Malley, il Concilio Vaticano II (1962-1965) non può essere compreso pienamente senza considerare tre concetti culturali e teologici che ne hanno guidato il processo di riforma.

CriterioConcetto ChiaveSignificato e Impatto
1. AggiornamentoApertura al Mondo ModernoL’obiettivo di Papa Giovanni XXIII: “portare al giorno” la Chiesa. Si traduce in un nuovo approccio pastorale, in un linguaggio più dialogante e in un atteggiamento di stima e non di condanna verso il mondo contemporaneo e la scienza.
2. RessourcementRitorno alle Fonti (Alle Sorgenti)Un profondo lavoro teologico di ritorno alla Bibbia (Sacra Scrittura) e ai Padri della Chiesa (Patristica). Ha garantito che le riforme non fossero rotture, ma un ritrovamento dell’autentica Tradizione. Questo è fondamentale nella Liturgia e nell’Ecclesiologia (il concetto di Chiesa come Popolo di Dio).
3. SviluppoCrescita della Comprensione DottrinaleIl Concilio ha applicato l’idea che la dottrina non è immutabile nella sua formulazione, ma si approfondisce e si chiarisce nel tempo (ispirandosi al pensiero di John Henry Newman). Le verità di fede sono rimaste, ma la loro comprensione è cresciuta, specialmente su temi come la libertà religiosa e l’ecumenismo.

Sintesi Conclusiva
Questi tre criteri lavorano insieme: l’Aggiornamento fornisce la spinta pastorale; il Ressourcement garantisce la radice teologica e l’autenticità storica; lo Sviluppo offre la cornice intellettuale per legittimare i cambiamenti dottrinali e pastorali come una crescita all’interno della medesima Tradizione.

Chi volesse approfondire può leggere il libro:

Oppure solo l’articolo che è la trascrizione della relazione di apertura tenuta da Padre O’Malley l’11 marzo 2010 presso l’Università Cattolica di Milano. È stato pubblicato nella rivista Vita e Pensiero.

Buona lettura.

Admin con lo aiuto di AI Gemini

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 Il Frigorifero e l’Elogio del Pensiero Laterale

Ciao a tutti, confratelli!

Sì, ho detto confratelli. Perché, ammettiamolo, tutti noi – bipedi che camminano eretti in questo mondo complesso – abbiamo una cosa in comune: la tendenza a perderci in un bicchier d’acqua anche quando la soluzione è limpida e scintillante proprio sotto i nostri occhi.

Vi racconto un aneddoto fresco, una di quelle situazioni che, con il senno di poi, mi fanno dire: “Ma come ho fatto a non pensarci prima?!”

🧊 L’Odissea del Frigorifero

Qualche giorno fa, il mio vecchio e fido frigorifero ha deciso di tirare le cuoia. Non con un sospiro, ma con un drammatico cedimento della porta. È partita la caccia: dovevo trovarne uno nuovo che avesse la stessa capienza (frigo e congelatore) per non sconvolgere l’organizzazione della cucina.

Ecco come si è svolta la mia agonia di undici giorni:

  1. Obiettivo: Trovare il modello esatto del vecchio frigo.
  2. Azione Lineare (e fallimentare): Cerco il modello sul manuale (non lo trovo). Cerco nella scatola della garanzia (non la trovo). Cerco su Google con le misure e la marca (ottengo solo una vaga stima della capienza).
  3. Il Buio: Ho brancolato in questa oscurità di informazioni, tra siti, schede tecniche e misure approssimative, consumando tempo ed energie preziose.

Poi, l’illuminazione. Vado a pulire per preparare lo spazio al nuovo arrivato… e lì, all’interno del vano frigo, trovo l’etichetta con il modello! Undici giorni di ricerche inutili per un’etichetta che era lì da anni, sotto il mio naso.

🤔 La Lezione del Bipede Errore

Questo aneddoto, che definirei non solo emblematico ma proprio esemplare, dimostra in modo lampante quanto sia paralizzante affidarsi al solo pensiero lineare e quanto, al contrario, sia liberatorio adottare un pensiero flessibile.

  • Il Pensiero Lineare: È rigido. Segue un percorso logico e prestabilito (Manuale , Garanzia , Internet). Se il percorso è bloccato, ci si ferma.
  • Il Pensiero Laterale: È flessibile. Non si ferma davanti al blocco, ma cerca percorsi alternativi, a volte illogici o apparentemente “stupidi”, per raggiungere lo stesso obiettivo (ehi, e se il modello fosse dentro l’oggetto?).

Amici miei, siamo tutti confratelli nella trappola del pensiero lineare, ma non siamo condannati a rimanerci!

✨ Cos’è il Pensiero Laterale? E chi lo ha portato in auge?

Il Pensiero Laterale, a differenza di quanto si possa pensare, non è stato inventato da una mente geniale un giorno in laboratorio. Lo usavano i nostri nonni dei nonni, e persino i primi esseri umani nella preistoria, quando hanno dovuto capire come accendere il fuoco o costruire un riparo efficace con risorse limitate.

Tutte le scoperte scientifiche hanno una componente fondamentale di pensiero laterale. Pensate ad Archimede con il famoso “Eureka!”, o alla scoperta della Penicillina da parte di Fleming, che notò una muffa in un contenitore scartato. Non hanno seguito il percorso ovvio; hanno guardato “di lato” l’evidenza.

Tuttavia, c’è un uomo che lo ha formalizzato e reso una disciplina: il medico e psicologo maltese Edward de Bono.

De Bono è il divulgatore del pensiero laterale. Ha sistematizzato questa abilità per insegnarci a:

  • Rimettere in discussione le ipotesi di base.
  • Generare alternative anche quando la prima soluzione sembra sufficiente.
  • Guardare le cose da punti di vista completamente diversi.

🚀 L’Elogio del Pensiero Laterale

Il pensiero laterale è la chiave per sbloccare la vostra vera potenza risolutiva. È l’unica via per evitare di annegare in quel maledetto bicchier d’acqua.

Vi farà:

  1. Risparmiare tempo: Un giorno contro undici. Vi pare poco?
  2. Salvare la vita: Nel senso letterale, trovando una via di fuga in una situazione di emergenza, o nel senso metaforico, uscendo da un vicolo cieco lavorativo o personale.
  3. Trovare l’anima gemella che vi riscalda: Ebbene sì! Se continuate a cercare il partner ideale negli stessi, identici luoghi, non lo troverete. Uscite dagli schemi, provate un approccio diverso, vedrete che la persona giusta (magari “nascosta” proprio come l’etichetta del mio frigo) apparirà!

Siate flessibili, siate curiosi, siate laterali.

Con l’enfasi degna della migliore oratoria:

Evviva il Pensiero Laterale!

Studia, figliolo, studia, figliola! Il pensiero laterale è una competenza che si affina. Inizia oggi stesso a guardare la tua vita da una prospettiva diversa.

Admin con l’aiuto di AI Gemini

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La Saggezza del Contadino Cinese


Oltre la Dualità di Bene e Male

C’è un’antica storia cinese che, con la semplicità di una parabola, racchiude una delle verità più profonde sull’esistenza: quella della saggezza del contadino. Questo racconto non è solo un aneddoto; è una lezione di vita fondamentale che ci esorta a riconsiderare il modo in cui etichettiamo gli eventi come “buoni” o “cattivi”.

Il Cavallo Perduto e l’Errore del Giudizio

La storia narra di un anziano contadino, la cui vita e quella del figlio dipendevano interamente dal loro unico cavallo. Quando l’animale scappò, i vicini, pieni di compassione, accorsero per consolarlo per la sua “sfortuna”. La risposta del contadino fu laconica, ma rivoluzionaria: “Come fate a sapere se ciò che mi è successo è un bene o un male? Chi lo sa!”

In questa prima reazione risiede il cuore dell’insegnamento. La nostra mente, per sua natura, cerca immediatamente di categorizzare ogni evento per dargli un senso, per tranquillizzarci con una definizione netta. Ma la vita, come una trama complessa, raramente si presta a etichette così immediate.

Pochi giorni dopo, il cavallo tornò, portando con sé un’intera mandria di cavalli selvatici. Quella che era stata una disgrazia si trasformò in un’improvvisa, inattesa ricchezza. I vicini, altrettanto rapidi nel giudicare, si congratularono con lui per la “fortuna”. Ancora una volta, il saggio rispose con lo stesso, disarmante interrogativo: “Come fate a sapere che questo è un bene o un male per me?”

La Caduta e la Prospettiva del Tempo

Il ciclo degli eventi continuò. Il figlio del contadino, nel tentativo di domare uno dei nuovi arrivati, cadde e si ruppe una gamba. I vicini tornarono, ora per esprimere la loro “disgrazia”. Il contadino, incrollabile, mantenne la sua prospettiva: “Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo.”

La sua calma non era indifferenza, ma una profonda comprensione della prospettiva temporale. La vera natura di un evento non è mai rivelata nell’immediatezza, ma nel suo impatto a lungo termine.

Mesi dopo, la guerra scoppiò. L’esercito venne al villaggio per reclutare tutti i giovani sani. Tutti partirono per il fronte, tranne il figlio del contadino, che fu risparmiato proprio a causa della sua gamba rotta. La “disgrazia” della caduta divenne la salvezza del ragazzo, mentre l’iniziale “fortuna” dei cavalli portò prosperità finanziaria.

L’Insegnamento Fondamentale: Accogliere Ciò che È

Questo racconto ci offre un antidoto potente alla nostra tendenza a reagire impulsivamente agli eventi. Il saggio contadino non ci invita a essere apatici, ma a coltivare una saggezza emotiva e una neutralità di giudizio.

  1. Non Esaltarsi Troppo: Quando la vita ci sorride, è giusto gioire, ma non dovremmo cadere nell’eccessiva euforia, dimenticando che ogni picco può essere seguito da una valle.
  2. Non Lasciarsi Abbattere: Allo stesso modo, di fronte a ciò che percepiamo come fallimento o tragedia, dobbiamo resistere alla tentazione di etichettarlo come definitivo. Quella che oggi sembra una porta chiusa potrebbe essere la deviazione necessaria per portarci verso un percorso migliore e più sicuro.

La lezione conclusiva del saggio contadino è questa: dobbiamo imparare ad accogliere ciò che è, consapevoli che al di là del bene e del male, tutto potrebbe rivelarsi diverso da come appare.

La vera fortuna non sta negli eventi, ma nella capacità di affrontarli con equilibrio e pazienza, sapendo che l’intera storia si svela solo alla fine.


La lezione conclusiva del saggio contadino è questa: dobbiamo imparare ad accogliere ciò che è, consapevoli che al di là del bene e del male, tutto potrebbe rivelarsi diverso da come appare.

In definitiva, la vera fortuna non sta negli eventi, ma nella consapevolezza che non è importante ciò che ti capita, ma cosa fai con ciò che ti capita. La nostra risposta e la nostra azione trasformano l’evento in esperienza.

La saggezza è nell’affrontare ogni svolta con equilibrio e pazienza, sapendo che l’intera storia si svela solo alla fine. Saper aspettare facendo. Assolutamente sì, è una chiusura eccellente e molto incisiva!

La frase “Saper aspettare facendo” cattura perfettamente l’equilibrio tra la pazienza del saggio contadino e l’azione richiesta dalla vita. Non è un’attesa passiva, ma un’attesa dinamica: si osserva, si riflette, ma si continua a vivere e ad agire nel presente.

Ecco come potresti inserirla nell’articolo (come un piccolo aforisma finale, o chiosa):


(…la conclusione dell’articolo…)

In definitiva, la vera fortuna non sta negli eventi, ma nella consapevolezza che non è importante ciò che ti capita, ma cosa fai con ciò che ti capita. La nostra risposta e la nostra azione trasformano l’evento in esperienza.

La saggezza è nell’affrontare ogni svolta con equilibrio e pazienza, sapendo che l’intera storia si svela solo alla fine.


Chiosa: Saper aspettare facendo.

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Veronica

Un nome semplice. Ma non tanto. Ha una storia. Che voglio raccontarvi.

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lapbook

Cos’è un lapbook? Con questo termine entriamo in un mondo: il mondo della disabilità. Tutti siamo un pò disabili. Per questo dobbiamo prendere sul serio l’argomento. Come fa la professoressa Veronica. Grande esperta. Testimone. Lei dice: ci sono tanti strumenti. conosciamoli per usarli.

https://sostegnobes.com/lapbook/

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agricoltura sintropica

Un video molto lungo ma molto interessante.

https://www.youtube.com/watch?v=UzN8JEgx_fU

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L’orto sociale (quarto giorno)

Stamattina vangatura del terreno fino alle 8. Bagnato viene meglio.

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Abbandono degli uliveti (articolo con AI)

In Italia il fenomeno dell’abbandono degli uliveti è reale e crescente, specialmente in alcune regioni del Sud come Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, ma anche in alcune aree del Centro come Toscana e Umbria.

Le cause principali dell’abbandono degli uliveti:

  1. Scarsa redditività economica:
    Il prezzo dell’olio extravergine d’oliva spesso non è sufficiente a coprire i costi di produzione, soprattutto per i piccoli produttori che lavorano in modo tradizionale e su terreni difficili.
  2. Frammentazione della proprietà:
    Molti uliveti sono piccoli appezzamenti ereditati e frammentati tra più eredi, il che rende difficile la gestione moderna e l’investimento.
  3. Invecchiamento degli agricoltori:
    I giovani tendono ad abbandonare l’agricoltura per cercare lavoro in altri settori. L’età media degli agricoltori italiani è molto alta.
  4. Problemi ambientali e fitosanitari:
    In particolare, il batterio Xylella fastidiosa ha devastato milioni di ulivi in Puglia, rendendo inutilizzabili interi oliveti.
  5. Cambiamenti climatici:
    Condizioni meteo estreme, siccità e piogge fuori stagione danneggiano la produzione e aumentano i costi.
  6. Burocrazia e mancanza di supporto:
    La gestione delle pratiche agricole e l’accesso ai fondi europei è spesso complicata e scoraggiante per i piccoli agricoltori.

Le conseguenze dell’abbandono:

  • Perdita di biodiversità e paesaggio:
    Gli uliveti abbandonati vengono invasi da sterpaglie e rovi, modificando il paesaggio tradizionale e aumentando il rischio incendi.
  • Decadenza economica e sociale delle aree rurali.
  • Perdita culturale:
    L’olivicoltura è parte integrante del patrimonio agricolo e culturale italiano.

Iniziative per contrastare il fenomeno:

  • Progetti di adozione a distanza degli ulivi.
  • Incentivi per la rigenerazione degli uliveti.
  • Sostegno alla filiera corta e al turismo rurale.
  • Sviluppo di oli di alta qualità con denominazioni DOP/IGP.
  • Coinvolgimento di start-up agricole e giovani agricoltori.
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L’orto sociale

Primo giorno di lavoro.

Tagliato l’erba. Tagliato i rovi. Non è stato facile. Fa troppo caldo. Bisogna andare la mattina presto.

Ecco le foto di come si presentava stamattina.

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La pace mito (Ramon Panikkar

Protocollo di lettura: la parola mito nel linguaggio tecnico e nel linguaggio di tutti i giorni.Che cosa è un mito? Quanto sono potenti i miti? Perché l’uomo ha bisogno di miti per organizzare la propria vita? La forza archetipica del mito. Gli studi in proposito.          

Dice AI “Un mito è una narrazione simbolica che cerca di spiegare le origini del mondo, della vita, degli dèi, degli uomini e dei valori fondamentali di una cultura. Non va confuso con la “bugia” o la “favola”: il mito è una forma di verità simbolica e archetipica, più che storica o scientifica.

1. Che cosa è un mito?

Il mito è una storia sacra, spesso ambientata in un tempo primordiale, che racconta le gesta di dèi, eroi, creature soprannaturali. Serve a dare significato all’esistenza e a stabilire un ordine nel caos dell’esperienza umana.

Secondo Mircea Eliade, studioso delle religioni, il mito narra eventi fondatori, accaduti in illo tempore (“in quel tempo”), che continuano ad avere effetto nel presente.

2. Quanto sono potenti i miti?

I miti sono estremamente potenti, perché agiscono a livello inconscio e collettivo. Non solo plasmano la cultura, ma influenzano comportamenti, norme sociali, valori morali e l’immaginario di intere civiltà.

  • Sono archetipi, secondo Carl Gustav Jung: modelli fondamentali inscritti nell’inconscio collettivo dell’umanità.
  • Funzionano come mappe simboliche che ci orientano nella vita.
  • Possono persistere anche sotto forme moderne: eroi dei film, narrativa, ideologie politiche.

3. Perché l’uomo ha bisogno di miti?

L’essere umano ha bisogno di miti per:

  • Orientarsi nell’esistenza (domande su morte, amore, giustizia, destino)
  • Costruire identità personale e collettiva
  • Trovare senso in ciò che accade (trasformare il caos in ordine)
  • Ritualizzare passaggi cruciali della vita (nascita, morte, matrimonio)

Senza miti, l’uomo si trova in balìa del vuoto esistenziale o della confusione.

4. La forza archetipica del mito

Un archetipo è un’immagine primordiale condivisa da tutta l’umanità. I miti danno forma a questi archetipi — il vecchio saggio, l’eroe, la madre, il drago, il viaggio.

Queste immagini toccano corde profonde della psiche e hanno un potere trasformativo. Per esempio:

  • Il mito dell’eroe (da Ulisse a Luke Skywalker) è un modello di crescita e trasformazione.
  • Il mito della caduta (Adamo ed Eva, Prometeo) parla dei limiti della conoscenza e delle conseguenze della trasgressione.

5. Studi sul mito

Diversi studiosi hanno analizzato il mito in profondità:

  • Joseph Campbell: nel suo libro L’eroe dai mille volti descrive il “monomito” o “viaggio dell’eroe”, uno schema universale presente nei miti di tutto il mondo.
  • Carl Gustav Jung: parla di archetipi e inconscio collettivo.
  • Mircea Eliade: vede il mito come un ritorno al tempo sacro delle origini.
  • Claude Lévi-Strauss: analizza i miti come strutture logiche della mente umana.
  • James Hillman: esplora i miti in chiave psicologica, vedendoli come personificazioni di forze dell’anima.

I miti non muoiono mai: cambiano forma, si travestono, ma continuano ad agire dentro di noi, come strumenti per comprendere il mistero della vita.

Continu AI : “Raimon Panikkar (1918–2010), filosofo, teologo e mistico indo-catalano, ha riflettuto profondamente sul significato del mito nella vita umana, rifiutando la visione riduttiva e razionalistica che lo considera una “favola per ignoranti”. Per Panikkar, il mito è una via di accesso al reale, non meno vera della scienza o della filosofia, ma più simbolica, intuitiva e sapienziale.

Ecco i punti centrali del suo pensiero sul mito:


1. Il mito come linguaggio del reale

Panikkar afferma che il mito non è né favola né menzogna, ma una forma diversa e profonda di conoscenza. È un linguaggio simbolico che ci permette di comprendere la realtà nella sua dimensione più profonda e interiore.

“Il mito non è una spiegazione del reale, è un modo per viverlo.”

In questo senso, il mito ha valore ontologico (sull’essere), non solo epistemologico (sul sapere): ci dice come stanno le cose, in modo simbolico e partecipativo.


2. Mito, rito e simbolo: la triade dell’esperienza religiosa

Per Panikkar, mito, rito e simbolo sono inseparabili:

  • Il mito narra ciò che accade a livello profondo;
  • Il rito lo rende presente nel tempo e nello spazio;
  • Il simbolo è il ponte tra l’uomo e il mistero, tra visibile e invisibile.

Attraverso questa triade, l’uomo entra in relazione con il sacro, che per Panikkar è una presenza immanente e trascendente allo stesso tempo.


3. Il mito come ponte tra culture

Panikkar, profondo conoscitore sia della cultura occidentale che di quella orientale, vede nel mito un luogo d’incontro tra religioni e civiltà. Il mito è transculturale: non appartiene a una sola tradizione, ma esprime l’umano universale, pur nella diversità delle forme.

Per esempio, accosta miti cristiani, induisti, buddhisti e greci, mostrando come tutti parlino, in fondo, degli stessi misteri fondamentali: la nascita, la morte, la trasformazione, la relazione con il divino.


4. Il mito come esperienza trasformativa

Il mito non va “capito” con la sola mente, ma vissuto con tutto l’essere. È un’esperienza esistenziale e spirituale che può trasformare chi lo ascolta. È uno specchio dell’anima, che ci riflette e ci interroga.

“Il mito è ciò che ci permette di vivere senza pretendere di comprendere tutto.”

Questa visione è molto vicina a quella dei mistici e dei sapienti antichi, per cui il sapere non è dominio, ma partecipazione al mistero.


In sintesi:

Per Raimon Panikkar, il mito è:

  • Reale, ma in un altro modo rispetto alla scienza;
  • Universale, ma incarnato in simboli culturali diversi;
  • Esperienziale, perché va vissuto, non solo compreso;
  • Relazionale, perché ci unisce al divino, al mondo e agli altri;
  • Vivo, e quindi ancora necessario oggi.

Alcuni suoi testi dove approfondisce questi temi (es. Il mito del dialogo, Il silenzio di Dio, La realtà cosmoteandrica).

Raimon Panikkar (1918–2010) è stato un pensatore che ha dedicato gran parte della sua vita a esplorare la dimensione simbolica e mitica dell’esperienza umana, integrando le tradizioni filosofiche e religiose dell’Oriente e dell’Occidente. Per Panikkar, il mito non è una semplice narrazione fantastica, ma una forma profonda di conoscenza che ci permette di accedere a verità esistenziali e spirituali.

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