Pentecoste 2026

Meditazione per la Veglia di Pentecoste a Gerusalemme (2026)

Autore: S.E. Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini

Contesto: Veglia Solenne di Pentecoste, Gerusalemme (Casa Salesiana)

Sintesi dei Contenuti

La meditazione offre una profonda riflessione ecclesiologica e pastorale sul ruolo e sul mandato della Chiesa cattolica all’interno del complesso scenario sociopolitico e religioso della Terra Santa. Muovendo dall’analisi dell’assemblea liturgica presente — definita come un “mosaico” di riti, lingue e culture differenti — l’autore sviluppa un parallelismo teologico fondamentale tra l’evento veterotestamentario di Babele (Genesi) e la teofania neotestamentaria della Pentecoste (Atti degli Apostoli).

L’argomentazione centrale ridefinisce l’evento di Babele non come una punizione divina, bensì come un atto misericordioso volto a frenare l’hybris umana dell’omologazione e del pensiero unico. Viene tracciata una netta distinzione concettuale tra due categorie ecclesiologiche:

  • L’uniformità: descritta come una “prigione” che annulla le specificità e costringe all’appiattimento culturale.
  • L’unità: configurata come una “sinfonia” guidata dallo Spirito Santo, in cui le differenze non vengono cancellate, ma valorizzate e rese intellegibili mediante il linguaggio universale dell’amore di Dio.

Sul piano pastorale, il testo affronta con realismo le tensioni intrinseche di Gerusalemme, descritta storicamente come la “città delle lingue divise” e della diffidenza reciproca. Il Patriarca rivolge un appello accorato alla comunità cristiana locale — definita piccola e povera, ma intrinsecamente viva — con un’attenzione specifica ai migranti e ai giovani. Questi ultimi, spesso schiacciati tra le tentazioni speculari della violenza o della rassegnazione passiva, vengono esortati dallo Spirito a “scrivere un’altra storia” per la loro terra.

In conclusione, la riflessione si focalizza sulla debolezza e sulla stanchezza strutturale delle comunità e del ministero ecclesiale, indicando nel fuoco della Pentecoste non un elemento distruttivo, ma un principio purificatore e risanante (“lava ciò che è sporco, sana ciò che sanguina”). La validità della testimonianza cristiana e la reale discesa dello Spirito si misurano, infine, sulla capacità quotidiana dei fedeli di cercarsi, dialogare e amarsi reciprocamente all’interno di un contesto segnato da rabbia e paura.

a questo link il testo completo: https://www.lpj.org/it/news/meditation-for-the-vigil-of-pentecost-jerusalem

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https://www.comune.spoleto.pg.it/it/news/cordoglio-per-la-scomparsa-di-giorgio-pannelli

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Cristiani e pagani: si rivolgono a Dio

Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427

Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.

Questa poesia di Dietrich Bonhoeffer è stata interpretata in molti modi.

Alcuni leggono in questi versi una critica a un certo modo di vivere la fede: una religiosità che si manifesta solo nel bisogno, come se Dio fosse una soluzione di emergenza a cui ricorrere quando l’uomo non riesce più a cavarsela da solo.

Quando arriva il dolore, la malattia, la colpa, la paura della morte, allora ci si rivolge a Dio. Bonhoeffer osserva con lucidità che questo atteggiamento non appartiene soltanto ai credenti: lo fanno tutti, “cristiani e pagani”.

Secondo questa interpretazione, il poeta vuole mettere in discussione una fede ridotta a semplice richiesta di aiuto, un “Dio tappabuchi” chiamato a colmare i vuoti della nostra fragilità.

Eppure questa poesia va letta tenendo presente il momento drammatico in cui è stata scritta.

“Cristiani e pagani” (Christen und Heiden) fu composta nel luglio del 1944, durante la prigionia di Bonhoeffer nel carcere militare di Tegel, a Berlino, dove era detenuto dal regime nazista per il suo coinvolgimento nella resistenza.

Scrive dopo oltre un anno di carcere, sapendo di poter essere condannato a morte. Sarà infatti impiccato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.

In quelle lettere dal carcere, poi raccolte nel volume Resistenza e resa, Bonhoeffer elabora alcune delle intuizioni teologiche più profonde del Novecento: il tema del “Dio debole e sofferente” e quello del “cristianesimo non religioso”.

Per questo i suoi versi non sono una meditazione astratta. Sono parole passate attraverso la prova estrema.

E tuttavia, leggendo questa poesia oggi, mi viene da dire una cosa molto semplice: magari oggi ci si rivolgesse ancora a Dio.

Viviamo in un tempo in cui spesso non ci rivolgiamo più a Lui né nel dolore né nella gioia. Abbiamo imparato a cercare altrove consolazione, sicurezza, senso. Ci affidiamo alla tecnica, al benessere, al consumo, all’illusione dell’autosufficienza.

Forse Bonhoeffer critica una fede interessata. Ma il nostro tempo rischia qualcosa di ancora più grave: l’indifferenza.

Io penso che già tornare a rivolgerci a Dio sarebbe un inizio.

Le nostre vite potrebbero cambiare.

Perché il cuore della poesia è proprio questo: mentre l’uomo cerca Dio nel bisogno, Dio continua a cercare l’uomo. Va incontro a tutti, senza distinzione, cristiani e pagani.

E continua a offrire pane, perdono, presenza.

Sta a noi accorgercene.

  • Pace Unica Via

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Dario è diventato papà: Auguri

https://livingsoildario.substack.com/p/un-posto

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L’Edera: Il Falso Parassita che Insegna la Resilienza

L’edera (Hedera helix) è spesso vittima di un malinteso comune: vederla avvolgere un albero con tale vigore fa subito pensare a un soffocamento spietato. In realtà, la natura non ragiona per “buoni” o “cattivi”. Il rapporto tra edera e albero non è parassitismo. Nella maggior parte dei casi l’edera usa l’albero come supporto, in una relazione spesso neutra, che può però diventare competitiva quando la copertura è eccessiva.

1. Sfatiamo il mito: L’edera non è un vampiro

A differenza delle piante parassite (come il vischio), l’edera non “succhia” la linfa dell’albero. È una pianta autonoma che usa l’albero solo come scala verso il cielo.

  • Radici aeree: Quelle piccole ventose che vedi sul fusto non sono bocche, ma ancore. Servono solo per arrampicarsi verso la luce.
  • Nutrizione indipendente: L’edera ha il proprio apparato radicale nel terreno, da cui trae acqua e sali minerali in totale autonomia.

2. Un equilibrio delicato: Quando il supporto diventa sfida

L’edera ottiene un beneficio enorme: raggiunge il sole senza dover investire energia per costruire un tronco robusto.

Tuttavia, quando l’abbraccio diventa troppo pesante, la situazione evolve in una sfida indiretta:

  • Peso e Vento: Un’edera massiccia può appesantire i rami, rendendoli vulnerabili a schianti durante bufere o nevicate.
  • La lotta per la luce: Se l’edera copre interamente la chioma, ostacola la fotosintesi dell’albero ospite.
  • Microclima: Può trattenere umidità sul tronco, modificandone il microambiente e favorendo muschi, licheni e talvolta condizioni favorevoli ad alcuni patogeni.

3. L’Edera come “Ingegnere del Bosco”

Per capire davvero l’edera, dobbiamo smettere di guardare il singolo albero e osservare l’intero bosco. In questa prospettiva, l’edera può contribuire ad alcuni processi di rinnovamento dell’ecosistema forestale.

La Creazione della Radura

In alcuni casi, soprattutto su alberi già indeboliti, una copertura molto densa può aumentare il rischio di cedimento durante forti venti o nevicate.

  1. Luce al suolo: Il varco aperto permette ai raggi solari di raggiungere il terreno, attivando i semi dormienti.
  2. Mosaico di vita: Il bosco smette di essere una monocoltura uniforme e diventa un mosaico vibrante di zone giovani, mature e selvagge.

Il Dono del Legno Morto

L’albero che “cade” sotto il peso dell’edera si trasforma in necromassa, la risorsa più preziosa e spesso più scarsa nei boschi gestiti dall’uomo:

  • Rifugio per la biodiversità: Migliaia di specie di insetti saproxilici (che mangiano legno morto) trovano casa, diventando cibo per i picchi e altri uccelli.
  • Ciclo dei nutrienti: I funghi decompongono la materia, restituendo al terreno i sali minerali necessari per la prossima generazione di alberi.

4. Un pilastro per gli impollinatori

Non dimentichiamo il contributo diretto dell’edera alla vita selvatica:

  • Nettare d’emergenza: Fiorisce in autunno, quando quasi nessun’altra pianta lo fa. È l’ultimo grande banchetto per api e impollinatori prima della pausa invernale.
  • Bacche invernali: I suoi frutti maturano a fine inverno, offrendo energia vitale agli uccelli quando le altre scorte sono esaurite.

Conclusione: Il paradosso della fragilità

In molti contesti, un bosco eccessivamente semplificato e privato di elementi spontanei può risultare ecologicamente meno ricco e meno resiliente

Un bosco in cui anche cadute, decomposizione e competizione trovano spazio è, paradossalmente, un bosco più vivo, resiliente e capace di adattarsi ai cambiamenti.

L’edera ci insegna che la vera pace della natura non è assenza di conflitto o di decadimento, ma un dinamismo incessante dove ogni fine è l’inizio di una nuova, rigogliosa opportunità.

L’edera non agisce con intenzione. E tuttavia, per chi legge il creato come dono, i processi naturali possono essere contemplati come partecipazione a un ordine più grande orientato alla vita.

Admin Paceunicavia con AI

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Un albero non cresce all’ infinito al contrario dell’ amore umano

1. Il limite del trasporto idrico (Teoria della limitazione idraulica)

Questa è la spiegazione principale. L’albero deve portare l’acqua dalle radici fino alle foglie più alte. Per farlo, sfida la gravità usando la tensione (l’acqua sale come in una cannuccia grazie all’evaporazione dalle foglie).

  • Attrito: Più il tronco è lungo, più l’attrito nei vasi conduttori aumenta.
  • Gravità: Più l’albero è alto, più la colonna d’acqua diventa pesante.
  • Il punto di rottura: Arrivati a una certa altezza (che varia per ogni specie), la tensione diventa così forte che la “colonna d’acqua” rischia di spezzarsi, creando bolle d’aria (embolia). Per evitare la morte, la pianta smette di spingere verso l’alto.

2. Bilancio Energetico (Costi vs Ricavi)

Un albero è un’azienda che vive di zucchero prodotto dalle foglie.

  • Crescita giovanile: Quando l’albero è piccolo, gran parte dell’energia va nella crescita verticale per superare la concorrenza (la luce che citavi).
  • Mantenimento: Quando l’albero diventa enorme, deve spendere un’enorme quantità di energia solo per “mantenere viva” la struttura esistente (trasporto dei nutrienti, difesa immunitaria, respirazione del legno vivo).
  • Rallentamento: Arriva un momento in cui l’energia prodotta dalle foglie basta a malapena a mantenere la struttura attuale. A quel punto, l’albero smette di allungarsi e inizia a “ingrossarsi” o a infittire la chioma.

3. La “Senescenza” e gli Ormoni

Esiste una regolazione ormonale (soprattutto tramite le auxine prodotte dalle punte, le tue “antenne”). Nei primi anni, la dominanza apicale è fortissima: la pianta investe tutto sulla punta. Con il tempo, la distanza tra le radici e la cima diventa tale che i segnali chimici impiegano troppo tempo o arrivano indeboliti. La pianta perde la spinta verticale e la chioma inizia a espandersi lateralmente (fase di maturità).

4. L’altezza massima teorica

Gli scienziati hanno calcolato che, anche nelle condizioni perfette (come per le Sequoie), il limite fisico invalicabile per un albero sulla Terra è di circa 120-130 metri. Oltre quella soglia, la fisica impedisce all’acqua di raggiungere le foglie, indipendentemente da quanto sia fertile il terreno.

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Elogio della Sobrietà: La Via per una Felicità Sostenibile

In un mondo che corre verso la catastrofe attraverso il consumo illimitato, la parola “sobrietà” risuona come un grido di speranza. Leggendo l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, scopriamo che la sobrietà è la via: è una forma di libertà, un atto di amore e la chiave per una pace autentica.

Che cos’è, davvero, la sobrietà?

Non si tratta semplicemente di “consumare meno”. È la virtù della temperanza, un modo di abitare il mondo con equilibrio:

  • Vivere il limite: Opporsi alla “smisuratezza” della società moderna che ci spinge alla fretta e allo spreco.
  • Ritrovare la sazietà: Spesso consumiamo per colmare un vuoto interiore. La sobrietà ci insegna a distinguere il necessario dal superfluo.
  • Riacquistare dignità: Passare dall’essere “cose-dipendenti” al riappropriarsi del proprio tempo e della propria vita.

La bussola della Laudato si’

Papa Francesco ci offre una mappa precisa. Non sono solo norme, ma passi di una vera conversione ecologica:

  1. Un nuovo stile di vita (Par. 202, 211, 212): Siamo chiamati a una «cittadinanza ecologica». Azioni semplici come ridurre la plastica o risparmiare acqua sono semi che producono frutti di bene comune, anche quando non li vediamo.
  2. La spiritualità del “Meno è di più” (Par. 217, 222): Essere custodi del Creato è parte essenziale di un’esistenza virtuosa. La sobrietà ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, liberandoci dall’ossessione del possesso (Par. 244).
  3. L’amore civile e politico (Par. 228, 231, 232): La cura per la natura è inseparabile dalla cura per gli altri. La sobrietà alimenta l’amore sociale e ci spinge a creare legami solidali.

I tre pilastri del cambiamento

  • Il rapporto con le Cose (Dimensione Ecologica): Il consumo è un atto morale e politico. Scegliere prodotti etici e sostenere i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) significa trasformare la spesa in uno strumento di giustizia.
  • Il rapporto con le Persone (Dimensione Sociale): Come nell’episodio evangelico di Marta e Maria, la sobrietà ci invita a scegliere la “parte migliore”: la relazione e l’ascolto, invece dell’affanno del fare.
  • Il rapporto con il Mondo (Dimensione Politica): Non può esserci giustizia se i ricchi non si convertono alla sobrietà. Dobbiamo imparare la “convivialità delle differenze” e guardare il mondo con gli occhi degli ultimi.

Cantiere di Speranza: abitare la sobrietà

Il cuore di questa rivoluzione è diventare sobri. Sobrio è il contrario di ebbro, esaltato, ubriaco, smisurato. Spesso incontriamo persone che ci appaiono così. Ma noi? Mettiamoci in discussione. La rivoluzione comincia sempre da noi stessi.

Il consumismo sfrenato ci ha condotto a possedere troppe cose, che non sappiamo nemmeno più dove mettere. Rischiamo di diventare servi degli oggetti, di lavorare e vivere solamente per consumare.

Il sobrio, invece:

  • Vive nell’etica del limite, in uno stile capace di futuro.
  • Promuove rapporti trasparenti e pari opportunità di sviluppo.
  • È semplice e vive una spiritualità di compassione, non di durezza di cuore.
  • Recupera un’unità interiore: passa dal voler essere “proprietario” al “condividere”.

Accogliere il proprio limite significa scoprire di cosa abbiamo davvero bisogno per ordinare la nostra vita su ciò che conta davvero. È un progetto di vita.

Un cammino per uomini forti

Diventare sobri non è un peso, ma un cammino di gioia.
 Chi ci riesce, cammina cantando.

Admin Paceunicavia con aiuto Gemini

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NON BRUCIARE PIU’

 

Le frasche non sono scarti: sono fertilità, risparmio e futuro

C’è un gesto antico che ancora oggi si ripete: accendere un fuoco e bruciare le frasche.

Sembra pulizia.
Sembra ordine.
Ma in realtà è una perdita.

Bruciare è trasformare valore in fumo.


🌱 Le frasche sono “oro verde”

Quello che chiamiamo scarto è in realtà materia viva.
È ciò che la pianta ha costruito nel tempo: carbonio, energia, struttura.

Restituirlo al suolo significa nutrire la vita.

Non è poesia. È agronomia.


♻️ Un ciclo che rigenera

Quando le frasche vengono triturate o lasciate decomporre:

  • restituiscono sostanza organica al terreno
  • migliorano la fertilità nel tempo
  • riducono la necessità di fertilizzanti esterni

Non è un ciclo perfettamente chiuso — una parte si disperde — ma è un sistema che costruisce invece di consumare.


💧 Proteggere il suolo, risparmiare acqua

Usate come pacciamatura, le frasche:

  • mantengono l’umidità del terreno
  • proteggono dal caldo estivo e dal freddo invernale
  • riducono l’evaporazione

Risultato: meno irrigazione, meno stress per le piante.


🐞 Una casa per la biodiversità

Un cumulo di rami non è disordine.
È un ecosistema.

Diventa rifugio per:

  • insetti utili
  • coccinelle
  • piccoli animali come i ricci

E sono proprio loro a mantenere l’equilibrio naturale, riducendo i parassiti.


🌳 Anche senza biotrituratore

Non servono macchine. Serve solo cambiare sguardo.

Puoi:

  • accumulare le frasche in cumuli arieggiati
  • disporle lungo i filari
  • creare anelli attorno agli alberi
  • alternarle a erba e foglie per favorire la decomposizione

Col tempo, tutto si trasforma in humus:
la forma più pura di fertilità.


⏳ Il tempo della natura

La natura non ha fretta, ma lavora senza sosta.

Un’idea semplice:

  • crea un primo cumulo e alimentalo nel tempo
  • lascialo maturare
  • avviane un secondo

Così avrai sempre:

  • un luogo dove accumulare
  • e uno che sta diventando terra fertile

Un ciclo continuo. Silenzioso. Perfetto nella sua lentezza.


🔬 Cosa dice la scienza

Le conoscenze agronomiche oggi sono chiare:

  • la combustione libera rapidamente CO₂ e perde soprattutto carbonio e azoto
  • la decomposizione aumenta il carbonio organico del suolo (SOC)
  • migliora la struttura, la porosità e la vita microbica
  • aumenta la capacità di trattenere acqua
  • riduce lavorazioni e input esterni

In sintesi:
il suolo diventa più vivo, stabile e produttivo.


🌍 Bruciare ha un costo (anche invisibile)

Quando bruciamo:

  • perdiamo fertilità
  • immettiamo polveri sottili nell’aria
  • aumentiamo il rischio di incendi

E contribuiamo, anche in piccolo, a un problema più grande.

La CO₂ atmosferica è passata da circa 280 ppm (epoca preindustriale) a oltre 420 ppm oggi.

Ogni fuoco conta.


💰 Chi non brucia guadagna due volte

Non è solo una scelta ecologica. È anche economica.

Significa:

  • meno fertilizzanti da acquistare
  • meno acqua da usare
  • meno lavorazioni del suolo
  • meno diserbo

E piante più sane, più resilienti, più produttive.


⚖️ Una precisazione importante

In alcuni casi particolari — fitopatie o obblighi normativi — la combustione può essere necessaria.

Ma sono eccezioni.

Nella maggior parte dei casi, bruciare è semplicemente uno spreco.


🌿 Una scelta semplice

Non bruciare è:

  • una scelta scientificamente fondata
  • una pratica agronomica efficace
  • un gesto di responsabilità

È passare da un sistema che consuma
a uno che costruisce.


✨ Conclusione

Ogni ramo non bruciato è fertilità futura.
Ogni cumulo è un investimento invisibile.
Ogni gesto conta.

Non bruciare più.

Riflettiamoci.

Admin Paceunicavia con il supporto di ChatGPT

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La felicità come favola e la vita come verità (a partire da Evgenij Evtuščenko)

Evgenij Evtuščenko è stato uno dei poeti russi più noti del Novecento. Nato nel 1932 e morto nel 2017, apparteneva a quella generazione post-staliniana che, negli anni del cosiddetto disgelo di Chruščëv, cercò di restituire alla parola poetica uno spazio di libertà, di coscienza e di responsabilità pubblica.

Le sue poesie non vivevano solo sulla pagina scritta: erano dette ad alta voce, nelle piazze, nei teatri, davanti a migliaia di persone. La lingua, per Evtuščenko, non era mai neutra. Era uno strumento di memoria, di denuncia, di coinvolgimento collettivo. Nei suoi versi tornano spesso la storia russa, la ferita della Seconda guerra mondiale, il dissenso politico, ma anche l’amore, la vita quotidiana, le contraddizioni dell’esistere.

Tra i temi che attraversano la sua opera c’è anche una riflessione insistente sul significato della felicità. Non una celebrazione ingenua, ma piuttosto una messa in discussione. In un verso autentico, Evtuščenko scrive:

«A volte c’è una tale stoltezza nella felicità…
…Ora sono diventato felice per sempre,
perché non cerco più la felicità.»

Parole paradossali, che suggeriscono una verità scomoda: quando la felicità diventa un obiettivo ossessivo, rischia di svuotarsi di senso. Una certa pace interiore – sembra dire il poeta – nasce solo quando smettiamo di inseguirla come un idolo.

In rete e nei social circola spesso un’altra frase, attribuita a Evtuščenko:

«La felicità, la felicità, questa favola insulsa che ci inculcano fin da bambini.
Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.»

Non esistono riscontri certi che questa frase compaia nei suoi testi pubblicati. È più probabile che si tratti di una rielaborazione popolare, una sintesi efficace del suo pensiero. Proprio per questo vale la pena leggerla non come citazione d’autore, ma come testo autonomo, e chiederci che cosa davvero voglia dire.

La critica, qui, non è rivolta alla gioia in sé. Non c’è disprezzo per il benessere o per la serenità. Il bersaglio è un altro: la felicità trasformata in mito, in norma, in obbligo. L’idea che la vita abbia senso solo se è felice, e che tutto ciò che non produce felicità sia uno scarto, un errore, una deviazione.

L’espressione “che ci inculcano fin da bambini” sposta subito il discorso sul piano educativo e culturale. Non si parla di una scelta personale, ma di un’idea interiorizzata molto presto, quasi senza possibilità di critica. Famiglia, scuola, pubblicità, narrazioni dominanti: tutto sembra convergere nel dirci che una vita “riuscita” è una vita felice, possibilmente sempre.

Definire questa idea una “favola insulsa” è un gesto volutamente provocatorio. Favola perché racconta qualcosa di seducente ma irreale. Insulsa perché povera, semplificata, incapace di contenere la complessità dell’esperienza umana. Non tragica, non malvagia: semplicemente superficiale.

Il cuore della frase, però, sta nel finale:

“Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.”

Qui non c’è una negazione della felicità, ma una sua relativizzazione. La vita è più ampia. Comprende la gioia, certo, ma anche la fatica, il conflitto, la responsabilità, il fallimento, la perdita. Elementi che non sono anomalie da eliminare, ma parti costitutive dell’esistere.

Il valore di questa riflessione sta nel suo realismo esistenziale. Ricorda che vivere non significa stare bene continuamente. Che una vita piena non coincide necessariamente con una vita felice. E che esiste una dignità profonda anche nei momenti scomodi, irrisolti, dolorosi.

Forse, in fondo, il messaggio è questo:
non bisogna vivere per essere felici,
ma avere il coraggio di essere vivi.

Una verità semplice, eppure controcorrente. Proprio per questo, ancora necessaria.

Admin con ChatGPT

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Andiamo poesia

Andiamo

Andiamo
con la carne lacerata,
cucita alla meglio
con spingole francesi.


commento:

L’autore sta pensando ai bambini morti a Gaza, ai soldati uccisi nelle trincee dell’Ucraina, oppure ai suoi nonni che hanno attraversato la Prima guerra mondiale e ora non ci sono più? Non lo sappiamo. E forse non è nemmeno importante saperlo. La poesia non nomina un luogo né un tempo preciso, perché il dolore che evoca non appartiene a una sola guerra, ma a tutte le forme di violenza che la storia infligge ai corpi e alle vite.

Accanto alle guerre dichiarate, il testo sembra parlare anche di ferite meno visibili ma altrettanto profonde. C’è la lacerazione dei giovani di oggi, costretti ad “andare” senza una direzione chiara: lavori precari che non diventano mai futuro, case sempre più piccole a prezzi sempre più grandi, esistenze cucite alla meglio, senza stabilità. Anche questa è carne ferita, che continua a muoversi perché fermarsi non è possibile.

E poi c’è un’altra lacerazione, spesso ignorata: quella degli anziani lasciati soli. Non muoiono sotto le bombe né nelle trincee, ma nei giorni tutti uguali, nelle case troppo silenziose, aspettando una visita che non arriva o una telefonata che smette di suonare. Anche loro “vanno”, ma verso un tempo che non interessa più a nessuno.

Infine, c’è una ferita che non è pubblica, non è collettiva, ma scava in silenzio: il senso di colpa. Quello di una madre che piange la figlia uccisa da un compagno violento e si domanda, senza trovare pace, perché non sia riuscita a proteggerla. Era la sua unica figlia, tutto ciò che aveva, dopo che il padre se n’era andato. Ora resta solo il pensiero che l’amore non sia bastato, che ci fosse un gesto da fare prima, una parola da dire prima. Anche questa madre continua ad andare, cucita alla meglio da ricordi e domande senza risposta.

In questa indeterminatezza sta il cuore della poesia: non spiega, non accusa, non consola. Mostra soltanto esseri umani feriti che continuano a camminare. Così il lettore è costretto a fermarsi, a riconoscere le proprie lacerazioni, e a domandarsi quante forme diverse può assumere la violenza quando entra nelle vite quotidiane.  Ci sono soluzioni?

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