Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427
Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
Questa poesia di Dietrich Bonhoeffer è stata interpretata in molti modi.
Alcuni leggono in questi versi una critica a un certo modo di vivere la fede: una religiosità che si manifesta solo nel bisogno, come se Dio fosse una soluzione di emergenza a cui ricorrere quando l’uomo non riesce più a cavarsela da solo.
Quando arriva il dolore, la malattia, la colpa, la paura della morte, allora ci si rivolge a Dio. Bonhoeffer osserva con lucidità che questo atteggiamento non appartiene soltanto ai credenti: lo fanno tutti, “cristiani e pagani”.
Secondo questa interpretazione, il poeta vuole mettere in discussione una fede ridotta a semplice richiesta di aiuto, un “Dio tappabuchi” chiamato a colmare i vuoti della nostra fragilità.
Eppure questa poesia va letta tenendo presente il momento drammatico in cui è stata scritta.
“Cristiani e pagani” (Christen und Heiden) fu composta nel luglio del 1944, durante la prigionia di Bonhoeffer nel carcere militare di Tegel, a Berlino, dove era detenuto dal regime nazista per il suo coinvolgimento nella resistenza.
Scrive dopo oltre un anno di carcere, sapendo di poter essere condannato a morte. Sarà infatti impiccato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.
In quelle lettere dal carcere, poi raccolte nel volume Resistenza e resa, Bonhoeffer elabora alcune delle intuizioni teologiche più profonde del Novecento: il tema del “Dio debole e sofferente” e quello del “cristianesimo non religioso”.
Per questo i suoi versi non sono una meditazione astratta. Sono parole passate attraverso la prova estrema.
E tuttavia, leggendo questa poesia oggi, mi viene da dire una cosa molto semplice: magari oggi ci si rivolgesse ancora a Dio.
Viviamo in un tempo in cui spesso non ci rivolgiamo più a Lui né nel dolore né nella gioia. Abbiamo imparato a cercare altrove consolazione, sicurezza, senso. Ci affidiamo alla tecnica, al benessere, al consumo, all’illusione dell’autosufficienza.
Forse Bonhoeffer critica una fede interessata. Ma il nostro tempo rischia qualcosa di ancora più grave: l’indifferenza.
Io penso che già tornare a rivolgerci a Dio sarebbe un inizio.
Le nostre vite potrebbero cambiare.
Perché il cuore della poesia è proprio questo: mentre l’uomo cerca Dio nel bisogno, Dio continua a cercare l’uomo. Va incontro a tutti, senza distinzione, cristiani e pagani.
E continua a offrire pane, perdono, presenza.
Sta a noi accorgercene.
- Pace Unica Via