La felicità come favola e la vita come verità (a partire da Evgenij Evtuščenko)

Evgenij Evtuščenko è stato uno dei poeti russi più noti del Novecento. Nato nel 1932 e morto nel 2017, apparteneva a quella generazione post-staliniana che, negli anni del cosiddetto disgelo di Chruščëv, cercò di restituire alla parola poetica uno spazio di libertà, di coscienza e di responsabilità pubblica.

Le sue poesie non vivevano solo sulla pagina scritta: erano dette ad alta voce, nelle piazze, nei teatri, davanti a migliaia di persone. La lingua, per Evtuščenko, non era mai neutra. Era uno strumento di memoria, di denuncia, di coinvolgimento collettivo. Nei suoi versi tornano spesso la storia russa, la ferita della Seconda guerra mondiale, il dissenso politico, ma anche l’amore, la vita quotidiana, le contraddizioni dell’esistere.

Tra i temi che attraversano la sua opera c’è anche una riflessione insistente sul significato della felicità. Non una celebrazione ingenua, ma piuttosto una messa in discussione. In un verso autentico, Evtuščenko scrive:

«A volte c’è una tale stoltezza nella felicità…
…Ora sono diventato felice per sempre,
perché non cerco più la felicità.»

Parole paradossali, che suggeriscono una verità scomoda: quando la felicità diventa un obiettivo ossessivo, rischia di svuotarsi di senso. Una certa pace interiore – sembra dire il poeta – nasce solo quando smettiamo di inseguirla come un idolo.

In rete e nei social circola spesso un’altra frase, attribuita a Evtuščenko:

«La felicità, la felicità, questa favola insulsa che ci inculcano fin da bambini.
Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.»

Non esistono riscontri certi che questa frase compaia nei suoi testi pubblicati. È più probabile che si tratti di una rielaborazione popolare, una sintesi efficace del suo pensiero. Proprio per questo vale la pena leggerla non come citazione d’autore, ma come testo autonomo, e chiederci che cosa davvero voglia dire.

La critica, qui, non è rivolta alla gioia in sé. Non c’è disprezzo per il benessere o per la serenità. Il bersaglio è un altro: la felicità trasformata in mito, in norma, in obbligo. L’idea che la vita abbia senso solo se è felice, e che tutto ciò che non produce felicità sia uno scarto, un errore, una deviazione.

L’espressione “che ci inculcano fin da bambini” sposta subito il discorso sul piano educativo e culturale. Non si parla di una scelta personale, ma di un’idea interiorizzata molto presto, quasi senza possibilità di critica. Famiglia, scuola, pubblicità, narrazioni dominanti: tutto sembra convergere nel dirci che una vita “riuscita” è una vita felice, possibilmente sempre.

Definire questa idea una “favola insulsa” è un gesto volutamente provocatorio. Favola perché racconta qualcosa di seducente ma irreale. Insulsa perché povera, semplificata, incapace di contenere la complessità dell’esperienza umana. Non tragica, non malvagia: semplicemente superficiale.

Il cuore della frase, però, sta nel finale:

“Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.”

Qui non c’è una negazione della felicità, ma una sua relativizzazione. La vita è più ampia. Comprende la gioia, certo, ma anche la fatica, il conflitto, la responsabilità, il fallimento, la perdita. Elementi che non sono anomalie da eliminare, ma parti costitutive dell’esistere.

Il valore di questa riflessione sta nel suo realismo esistenziale. Ricorda che vivere non significa stare bene continuamente. Che una vita piena non coincide necessariamente con una vita felice. E che esiste una dignità profonda anche nei momenti scomodi, irrisolti, dolorosi.

Forse, in fondo, il messaggio è questo:
non bisogna vivere per essere felici,
ma avere il coraggio di essere vivi.

Una verità semplice, eppure controcorrente. Proprio per questo, ancora necessaria.

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Andiamo poesia

Andiamo

Andiamo
con la carne lacerata,
cucita alla meglio
con spingole francesi.


commento:

L’autore sta pensando ai bambini morti a Gaza, ai soldati uccisi nelle trincee dell’Ucraina, oppure ai suoi nonni che hanno attraversato la Prima guerra mondiale e ora non ci sono più? Non lo sappiamo. E forse non è nemmeno importante saperlo. La poesia non nomina un luogo né un tempo preciso, perché il dolore che evoca non appartiene a una sola guerra, ma a tutte le forme di violenza che la storia infligge ai corpi e alle vite.

Accanto alle guerre dichiarate, il testo sembra parlare anche di ferite meno visibili ma altrettanto profonde. C’è la lacerazione dei giovani di oggi, costretti ad “andare” senza una direzione chiara: lavori precari che non diventano mai futuro, case sempre più piccole a prezzi sempre più grandi, esistenze cucite alla meglio, senza stabilità. Anche questa è carne ferita, che continua a muoversi perché fermarsi non è possibile.

E poi c’è un’altra lacerazione, spesso ignorata: quella degli anziani lasciati soli. Non muoiono sotto le bombe né nelle trincee, ma nei giorni tutti uguali, nelle case troppo silenziose, aspettando una visita che non arriva o una telefonata che smette di suonare. Anche loro “vanno”, ma verso un tempo che non interessa più a nessuno.

Infine, c’è una ferita che non è pubblica, non è collettiva, ma scava in silenzio: il senso di colpa. Quello di una madre che piange la figlia uccisa da un compagno violento e si domanda, senza trovare pace, perché non sia riuscita a proteggerla. Era la sua unica figlia, tutto ciò che aveva, dopo che il padre se n’era andato. Ora resta solo il pensiero che l’amore non sia bastato, che ci fosse un gesto da fare prima, una parola da dire prima. Anche questa madre continua ad andare, cucita alla meglio da ricordi e domande senza risposta.

In questa indeterminatezza sta il cuore della poesia: non spiega, non accusa, non consola. Mostra soltanto esseri umani feriti che continuano a camminare. Così il lettore è costretto a fermarsi, a riconoscere le proprie lacerazioni, e a domandarsi quante forme diverse può assumere la violenza quando entra nelle vite quotidiane.  Ci sono soluzioni?

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1 gennaio2026 augurio

Da una antica Omelia :

«Fratelli, cominciamo bene all’inizio di quest’anno. La parola di Dio ci consegna una parola chiara e forte. Il Signore parlò a Mosè, ad Aronne e ai suoi figli e disse:  “Voi benedirete i vostri fratelli. Voi benedirete. Per prima cosa, che lo meritino o no, voi li benedirete”.

Mio e vostro compito per l’anno che viene è questo: benedire i fratelli. E come si fa a benedire? Dio stesso ordina le parole: “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto”. La benedizione di Dio non è salute, denaro, fortuna, lunga vita, ma molto semplicemente è la luce. La luce è tante cose, lo capiamo guardando le persone che hanno luce e che trasmettono bontà, generosità, bellezza, pace.

Poi continua la Bibbia: “Il Signore ti faccia grazia”. Cosa ci riserverà questo nuovo anno? Non lo sappiamo. Ma di una cosa sono certo: il Signore mi farà grazia. Il Signore si rivolgerà verso di me, si chinerà su di me, mi farà grazia di tutti gli sbagli. Qualunque cosa accadrà quest’anno, Dio sarà chinato su di me e mi farà grazia.

Il Vangelo oggi ci porta a vedere un bambino, una mangiatoia, una madre che custodisce tutto nel cuore: Maria. Non capisce tutto, ma si fida. Non parla molto, ma ama profondamente. Maria ci insegna come iniziare l’anno: non con la fretta, non con il controllo, ma con l’ascolto e la fiducia.

Quel bambino ha un nome: Gesù, che significa “Dio salva”. Non promette una strada facile, ma promette di camminare con noi sempre. E oggi ci è chiesto: prega per la pace. Non una pace lontana, ma quella che nasce dal cuore semplice, dalle mani che aiutano, dalle parole che benedicono invece di ferire.

Affidiamo questo nuovo anno al Signore. Chiediamo che faccia splendere su di noi il suo volto e di renderci strumenti della sua pace. Preghiamo il Signore per benedire quest’anno, per fare splendere su tutti noi il suo volto e ci doni la sua pace per poterla offrire ad ogni persona che incontriamo. Amen.»

Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Numeri 6, 22-27


Commento: L’Arte di Benedire e lo Sguardo di Dio

Il testo ci invita a cambiare radicalmente la nostra prospettiva sul tempo che inizia. Non è un elenco di buoni propositi, ma l’accoglienza di un dono e l’assunzione di una missione.

1. La “Benedizione” come missione quotidiana

L’omelia sottolinea un aspetto rivoluzionario: benedire l’altro “che lo meriti o no”.

  • Benedire significa “dire bene”: È un atto creativo della parola. In un mondo spesso segnato dal giudizio e dal lamento, il cristiano è chiamato a essere colui che cerca e riconosce il bene nell’altro.
  • Gratuità: La benedizione non è un premio al merito, ma un riflesso dell’amore di Dio che “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi”.

2. La Luce del Volto: La vera felicità

Il commento chiarisce che la benedizione biblica non coincide con il benessere materiale (soldi, salute, fortuna), ma con la Luce.

  • Il “volto che risplende” suggerisce l’idea di un Dio che non è distante o severo, ma un Padre che sorride ai suoi figli.
  • Vedere la luce nelle persone significa percepire quella “bontà e bellezza” che non deriva dalle circostanze esterne, ma da una pace interiore.

3. Il Dio che si “china”: La Grazia

Uno dei passaggi più toccanti è l’immagine di Dio che si china sull’uomo.

  • Questa immagine evoca la tenerezza di un genitore che si abbassa per sollevare il figlio che è caduto.
  • Ci dà una certezza per l’anno a venire: qualunque errore commetteremo, la Grazia di Dio è già pronta a venirci incontro. Non siamo soli davanti ai nostri sbagli.

4. Il modello di Maria: Custodire e Fidarsi

Davanti al mistero del tempo e dell’imprevisto, l’omelia ci indica Maria come guida:

  • Contro la fretta e il controllo: Maria non pretende di capire tutto subito. “Custodisce nel cuore”. Ci insegna che la pace non viene dall’avere tutto sotto controllo, ma dalla capacità di accogliere la realtà con fiducia.
  • Il silenzio fecondo: Maria parla poco perché è impegnata ad ascoltare. L’anno nuovo sarà buono se sapremo fare spazio all’ascolto di Dio e degli altri.

5. Gesù: Il Nome che è Compagnia

Il nome di Gesù (“Dio salva”) non è una bacchetta magica per evitare le difficoltà, ma la garanzia di una presenza. La salvezza non è l’assenza di problemi, ma il fatto che “Dio cammina con noi”.

Iniziare l’anno con questa benedizione significa scegliere di essere “strumenti”. La pace che chiediamo per noi non è un bene privato, ma qualcosa da “offrire a ogni persona che incontriamo”. È l’invito a passare da una vita centrata sull’ “io” (le mie paure, i miei successi) a una vita centrata sul “volto” dell’altro.

Admin con AI Google Gemini
 1 gennaio 2026

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Giovanni Taulero: il mistico che ci insegna a coltivare l’anima

Introduzione

Hai mai pensato che Dio possa abitare nel profondo del tuo cuore, più vicino di quanto tu non sia a te stesso? Johannes Tauler, mistico domenicano del XIV secolo, ci invita a scoprire questa presenza divina e a trasformare la nostra vita quotidiana in un cammino spirituale autentico. In questo articolo esploreremo chi era Taulero, il suo pensiero, le radici agostiniane e giovannee della sua spiritualità, e come possiamo oggi seguirne l’esempio.


1. Chi è Giovanni Taulero

Johannes Tauler (1300–1361) è stato un mistico tedesco appartenente alla tradizione dei domenicani. Nato a Strasburgo, trascorse gran parte della vita tra predicazione e riflessione spirituale, dedicandosi a guidare l’anima dei fedeli verso una vita interiore più profonda. Influenzato dai maestri mistici del suo tempo, Taulero è noto per la sua capacità di rendere la spiritualità accessibile e concreta, combinando contemplazione e vita morale quotidiana.

2. Il pensiero di Taulero

Al centro della spiritualità di Taulero c’è l’idea che Dio dimori nell’intimo di ogni persona. La vita spirituale consiste nel riconoscere e coltivare questa presenza interiore, lasciando che l’anima si apra alla comunione con il divino. Per Taulero, la fede non è solo adesione a verità astratte, ma esperienza viva, pratica e personale: ogni momento della vita quotidiana può diventare un luogo in cui la presenza di Dio si manifesta.

3. L’eco di Agostino

Nel pensiero di Taulero si percepisce chiaramente l’influenza di sant’Agostino, in particolare delle Confessioni. Agostino affermava che Dio è più intimo a te di quanto tu lo sia a te stesso, e Taulero riprende questo principio, sottolineando come la vita interiore sia il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. La contemplazione, quindi, non è fuga dal mondo, ma esperienza dell’intimità divina che abita il cuore di ciascun credente.

4. La base: il Vangelo di Giovanni

Tutte queste riflessioni affondano le radici nel Vangelo di Giovanni, che per Taulero costituisce la fonte primaria della sua spiritualità. Giovanni mostra come Dio si manifesti nel creato, nella storia e nella vita concreta delle persone, e come l’uomo possa partecipare alla sua gloria attraverso la comunione con Cristo. La visione giovannea della dimora di Dio nell’uomo diventa per Taulero la chiave per comprendere la mistica e la pratica della vita interiore.

5. Il concetto di fondo: l’anima

Per Taulero, l’anima è il luogo privilegiato della presenza divina. Non si tratta solo di una dimensione astratta o spiritualistica, ma di un centro vitale dell’essere umano, dove si incontrano libertà, coscienza e apertura a Dio. Coltivare l’anima significa accogliere e nutrire la presenza di Dio dentro di sé, trasformando l’interiorità in spazio di contemplazione e crescita spirituale.

6. Parte parenetica: sviluppa la tua spiritualità

Il messaggio di Taulero ci invita oggi a sviluppare la nostra spiritualità. Non si tratta di grandi gesti o di riflessioni astratte, ma di riconoscere la presenza di Dio nell’intimità del proprio cuore, nella vita quotidiana, nelle relazioni e nelle scelte concrete. Ogni momento è occasione per aprirsi al divino, trasformando l’esistenza in un percorso di crescita interiore e comunione autentica con Dio.

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Non soffro più, non amo più: l’epitaffio della vita meccanica

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Siamo finalmente riusciti a fare quello che generazioni di poeti e amanti traditi hanno sognato per secoli: abbiamo trovato la cura per il mal d’amore. Abbiamo rimosso il rischio, il rifiuto e quel senso di vertigine che toglie il fiato.

Ma il prezzo dell’operazione è stato altissimo. Per non soffrire più, abbiamo smesso di amare. E per smettere di amare, abbiamo dovuto rinunciare alla vita stessa.

L’amore come algoritmo: la fine dell’imprevisto

Oggi l’incontro con l’Altro non è più un evento del destino, ma una procedura tecnica. Come analizzato da Michel Houellebecq ne Le particelle elementari, l’umanità sembra avviata verso un destino di atomizzazione, dove il desiderio è svanito dietro la meccanica dei corpi e la biochimica. Se il partner è un insieme di dati che deve “matchare”, l’altro smette di essere una persona e diventa un prodotto. I prodotti non si amano: si consumano e, al primo attrito, si sostituiscono.

La nuda vita e l’assenza di legami

Il filosofo Giorgio Agamben ci mette in guardia sulla distinzione tra la “vita biologica” e la “vita qualificata”. Eliminando l’amore per non soffrire, ci riduciamo alla nuda vita: macchine che respirano e funzionano, ma prive di biografia.

Paradossalmente, oggi sentiamo la mancanza di quel “legame” viscerale che ci tiene uniti all’altro. Ricordate il film “Legami!” di Pedro Almodóvar? Il gesto estremo di legare l’amata (Banderas) non era sadismo, ma il tentativo disperato di creare una connessione reale in un mondo che scivola via. Ma oggi, quel Banderas è invecchiato e non arriva più. Siamo rimasti liberi, sì, ma liberi come polvere nel vuoto. Aspettiamo un evento, una passione, un legame forte, ma l’attesa è diventata sterile: è un’attesa di Godot, dove l’amore è promesso ma non si presenta mai, perché abbiamo rimosso le condizioni stesse per accoglierlo.

La vita come manutenzione

Senza l’imprevisto dell’amore, la vita si trasforma in un compito tecnico. Ci occupiamo della salute, della carriera e dell’efficienza per far durare la macchina il più a lungo possibile. Tuttavia, una macchina non vive: funziona. La vita è disordine, rischio e batticuore; la funzione è ordine, controllo e silenzio emotivo.

Abbiamo scambiato l’anima con la sicurezza. Ma una vita senza ferite è una vita che non è mai stata realmente toccata da nessuno.


Per approfondire: Piccola biblioteca del disincanto

  • Michel Houellebecq, Le particelle elementari. Il ritratto definitivo della riduzione dell’uomo a materiale biologico.
  • Giorgio Agamben, Homo Sacer. Per comprendere come la nostra esistenza rischi di ridursi a “nuda vita”.
  • Byung-Chul Han, L’agonia dell’Eros. Come la società della prestazione ha ucciso la capacità di incontrare l’Altro.
  • Eva Illouz, Perché l’amore fa male. Uno studio su come il capitalismo ha trasformato i sentimenti in un mercato freddo.
  • Pedro Almodóvar, Legami! (Átame!), 1989. La necessità paradossale di essere “trattenuti” per esistere.
  • Samuel Beckett, Aspettando Godot. La metafora di un’umanità che aspetta un senso (o un amore) che non arriva mai.

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NON È NATALE SE NON CONSUMI

Il Natale tra luci e scaffali

In molte parti del mondo, dal primo al quinto mondo, il Natale è diventato la più grande occasione di consumismo ossessivo. Gli scaffali si riempiono di alberi veri o di plastica, luci sfavillanti, addobbi, presepi in ogni materiale possibile. Si comprano maglioni, scarpe, articoli in pelle, elettronica, frigoriferi e televisori enormi. Anche il più intimo dei piaceri personali viene trasformato in oggetto da aggiornare: il vecchio vibratore viene sostituito da quello “alla moda”, più performante e nuovo.

Numeri che raccontano il consumo

Circa 2,6 miliardi di persone celebrano il Natale nel mondo, ovvero circa un terzo della popolazione globale. Le vendite legate al Natale e al periodo festivo raggiungono cifre astronomiche: oltre un trilione di dollari, con picchi tra novembre e dicembre.

A livello individuale, in molte nazioni la spesa media per i regali si aggira intorno ai 130 dollari e oltre, con differenze notevoli da paese a paese. In Italia, ad esempio, il giro d’affari natalizio stimato si avvicina ai 9,5 miliardi di euro, con una spesa media di circa 250 euro a persona solo per i regali.

Il Natale moderno è una macchina economica complessa: la produzione, la distribuzione e le campagne promozionali iniziano mesi prima della stagione festiva, trasformando la celebrazione religiosa in un fenomeno culturale e commerciale globale.

E per i bambini più poveri del mondo?

Mentre nelle società ricche Natale porta montagne di acquisti, per centinaia di milioni di bambini nel mondo il Natale non è festa ma sopravvivenza. Oltre 417 milioni di bambini vivono in condizioni di povertà, privi di nutrizione adeguata, acqua pulita o servizi essenziali. In molte aree, come Repubblica Centrafricana, Niger o Burundi, i bambini conoscono troppe volte la fame, la malattia e l’assenza di opportunità educative.

Immagina il Natale per un bambino in un villaggio rurale senza strade asfaltate, dove il fango si incolla ai piedi perché non ci sono scarpe decenti, e la casa è un riparo rudimentale fatto di lamiera o fango secco. L’acqua va portata per chilometri in brocche sulle spalle, e nutrirsi di un unico pasto al giorno è la regola, non l’eccezione. Per questi bambini, “Natale” non è regali né luci, ma la dura realtà quotidiana.

La spirale del consumo

Ogni anno, navi solcano i mari trasportando oggetti che non servono all’anima, ma soltanto al portafoglio. Ogni oggetto ha una durata sempre più breve, alimentando una spirale che si autoalimenta. Come ha scritto Papa Francesco nella Laudato si’: «Troppi mezzi per pochi e rachitici fini».

Il Natale moderno si è trasformato in una giostra dalla quale è impossibile sottrarsi. Siamo intrappolati dal consumo ossessivo: produzione, trasporto e smaltimento si succedono senza sosta, senza che ce ne accorgiamo.

La lezione della sobrietà

Eppure, la sobrietà non è un concetto astratto. I Padri e le Madri della Chiesa vivevano con pochissimo: una cella, un letto, uno scrittoio, un calamaio, la Sacra Scrittura e una stufa. Non avevano bisogno di accumulare oggetti per sentire il senso della festa.

Il consumismo natalizio moderno può essere paragonato a una sonda che si avvicina al sole: più si avvicina, più il tempo a disposizione si accorcia, fino a sciogliersi senza che gli abitanti della Terra se ne accorgano. Il Natale, così, diventa un momento di distrazione collettiva, dove calore e gioia vengono sostituiti dal solo calore del riscaldamento globale e dal trionfo dell’economia.

Il vero spirito del Natale

I teologi, invece, non fanno regali né li ricevono. Come diceva Evagrio Pontico:

“Chi è teologo prega veramente, chi prega veramente è teologo.”

Questo non è Natale, ma solo consumismo.

Admin con AI ChatGPT

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Oggi non è Natale

Oggi non è Natale

Dove sono i bambini?
Sono al freddo, sotto la sabbia.
Nessuno canta loro
per riscaldarli.

Le lacrime non bastano.

Tutto è assurdo:
pacchetti, regali, luci.

Nel mio cuore
c’è buio, freddo, paura,
senso di impotenza.

Stiamo mentendo a noi stessi:
oggi non è Natale.
C’è troppo silenzio.

consulenza AI ChatGPT


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Riconfigurazione della Catechesi: Dall’Esegesi della Paura all’Annuncio dell’Alleanza (Il Volto di Dio nel Terzo Millennio)

Riconfigurazione della Catechesi: Dall’Esegesi della Paura all’Annuncio dell’Alleanza (Il Volto di Dio nel Terzo Millennio)

Abstract

Il presente articolo analizza la necessità di una ricalibrazione teologica e metodologica della catechesi cattolica, partendo dalla riscoperta di Dio come soggetto che desidera un’Alleanza (foedus) e non incute terrore. Attraverso l’analisi delle affermazioni del mio professore di teologia, si evidenzia come la percezione di un Dio non “contrario all’uomo” costituisca la premessa per un rinnovamento pastorale che superi gli approcci normativi del primo Novecento (es. Catechismo di San Pio X). Si esploreranno, in particolare, l’importanza della formazione specialistica del catechista e la rilevanza strategica del Ministero Istituito (istituito da Papa Francesco nel 2021) come strumento essenziale per una catechesi fondata sul Kerygma e sull’accompagnamento relazionale.

I. Introduzione: La Tesi Teologica del Ribaltamento Prospettico

L’immagine di Dio trasmessa in alcune epoche storiche è stata spesso polarizzata su concetti di Legge, Giudizio e timore. Le affermazioni chiave che abbiamo studiato a lezione —”Dio non è contrario all’uomo,” “non vuole incutergli paura,” ma “vuole stringere una Alleanza con lui”—rappresentano un paradigma teologico alternativo e, al contempo, profondamente biblico.

  • 1.1. L’Esegesi della Paura: Si riconosce che approcci catechistici storici, come quelli codificati nel Catechismo di San Pio X (1905), tendevano a utilizzare la minaccia della sanzione eterna come deterrente morale. Questo approccio, pur avendo avuto un ruolo nella disciplina, è oggi inadeguato alla luce della pienezza della Rivelazione.
  • 1.2. La Parola Chiave: Alleanza (Foedus) La categoria dell’Alleanza (dall’ebraico berith e dal greco diatheke) non implica un contratto tra pari, ma l’iniziativa unilaterale di un Dio che si lega irrevocabilmente all’umanità. Essa rivela l’essenza di Dio come Amore fedele (hesed).

II. L’Impatto sul Contenuto Catechistico: Dal Dovere alla Narrazione Salvifica

Se l’Alleanza è il centro, il contenuto della catechesi deve essere radicalmente riconfigurato, trasformandosi da manuale di dottrina a Storia della Salvezza.

  • 2.1. Centralità del Kerygma: La catechesi deve essere primariamente l’annuncio gioioso (Kerygma) della vittoria di Cristo sulla morte, non l’elenco dei precetti da osservare. La morale non precede la fede, ma ne è la conseguenza logica e la risposta esistenziale.
  • 2.2. La Riscoperta della Bibbia: Lo studio delle Scritture non può essere accessorio, ma deve costituire l’asse portante, permettendo ai fedeli di leggere la propria vita all’interno della macro-narrazione dell’Alleanza.
  • 2.3. La Teologia Morale Relazionale: I Comandamenti vengono presentati non come norme arbitrarie, ma come le clausole dell’Alleanza che indicano la via per vivere in pienezza il rapporto con Dio e con il prossimo (l’etica come risposta all’Amore).

III. Il Necessario Rinnovamento Metodologico e Formativo

La transizione da una catechesi basata sulla paura a una basata sulla relazione richiede non solo un cambio di contenuti, ma una profonda revisione del metodo e un massiccio investimento sulle persone.

  • 3.1. Dalla Istruzione alla Formazione Integrale: La catechesi deve essere un processo di iniziazione alla vita cristiana, coinvolgendo l’intelletto (scire), la volontà (volere) e l’azione (agere). Il metodo deve essere esperienziale, introducendo il catecumeno alla preghiera, alla carità e alla vita di comunità.
  • 3.2. L’Urgenza della Formazione dei Catechisti: È insufficiente affidarsi al mero volontariato; è richiesta una Formazione Specialistica che copra aree come:
    • Teologia e Bibbia: Profonda conoscenza dei fondamenti dell’Alleanza.
    • Scienze Pedagogiche e Psicologiche: Capacità di adattare il linguaggio e il metodo alle diverse fasi di sviluppo.
    • Spiritualità: L’assunzione di un solido cammino spirituale personale.
  • 3.3. La Questione della Valorizzazione Economica: L’esempio di alcune Chiese, come la Chiesa Cattolica in Germania, che prevede forme di retribuzione o indennizzo per il servizio catechistico, solleva un punto critico: il riconoscimento del valore professionale del tempo, della preparazione e della dedizione richieste. Questo non sminuisce il dono del volontariato, ma ne riconosce l’alta competenza e l’impatto strategico.

IV. Il Ministero Istituito di Catechista: Strumento Strategico per il Rinnovamento

Papa Francesco, con il Motu Proprio Antiquum Ministerium (2021), ha istituito il Ministero Laicale di Catechista, fornendo uno strumento ecclesiale decisivo per attuare il rinnovamento.

  • 4.1. Differenza tra Volontario e Ministro Istituito: L’istituzione non crea un catechista “migliore,” ma riconosce una vocazione specifica e stabile all’interno della Chiesa. Il Ministro Istituito, che riceve un rito liturgico dal Vescovo, agisce non solo a titolo personale, ma in nome della Chiesa, con una responsabilità pubblica e permanente.
  • 4.2. Compiti Estesi: I compiti del Catechista Istituito vanno oltre l’insegnamento in aula e includono la guida di momenti di preghiera, la preparazione alla liturgia, l’animazione di comunità assenti dal presbitero e la promozione della missione. È un punto di riferimento pastorale indispensabile per la sinodalità della Chiesa.
  • 4.3. Implementazione Ecclesiologica: L’utilizzo capillare di questo ministero (molto più di quanto sia stato fatto finora) è vitale per costruire comunità di fede mature e resilienti, capaci di annunciare il volto relazionale di Dio.

Conclusione

La riscoperta teologica del concetto di Alleanza come fondamento del rapporto tra Dio e l’uomo impone una profonda e non rinviabile ricalibrazione della catechesi, sia per la natura dei contenuti che per la metodologia. Questo passaggio richiede audacia pastorale, un significativo investimento nella formazione specialistica e una piena valorizzazione del ruolo del catechista attraverso il Ministero Istituito. Solo così la Chiesa potrà trasmettere efficacemente il volto di un Dio che non è tiranno, ma Alleato fedele, in grado di generare una fede adulta e liberante.

🗣️ Dice Papa Francesco

“La catechesi è un pilastro per l’educazione della fede e richiede testimoni che non siano solo maestri, ma discepoli e missionari. Dobbiamo uscire da una catechesi ‘da laboratorio’ per andare alla catechesi della vita, della comunità, della testimonianza.”     
(Fonte: Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 2021)

🧠 Dice Sant’Agostino d’Ippona

“Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.”
(Fonte: Confessioni, I, 1)

Questa inquieta ricerca è la premessa dell’Alleanza: l’uomo è fatto per la relazione, e Dio si rivela come Colui che attende questa unione, non per incutere timore, ma per offrire la vera pace.

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Leonardo Boff

Un bello articolo di Leonardo Boff

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Il “J’accuse” di un insegnante: La Televisione Trash e il Deserto dei Valori


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In un’epoca dominata dall’apparenza e dal rumore mediatico, capita a volte di imbattersi in parole che tagliano il silenzio come una lama. È il caso di una lettera aperta, diventata virale negli ultimi anni, che risuona come un moderno e doloroso “Io vi accuso”.

A scrivere (o a diffondere con forza questo messaggio) è la voce di chi vive ogni giorno in prima linea nel delicato compito di educare: un insegnante. Il destinatario non è una persona sola, ma un intero sistema televisivo – rappresentato dai volti più noti dei reality e dei programmi pomeridiani – accusato di aver barattato la cultura con il “nulla cosmico”.

La distorsione del modello educativo

L’accusa è feroce ma lucida. Si parla di decadimento culturale e imbarbarimento sociale. Chi insegna vede ogni giorno gli effetti di questa “bolgia infernale” nelle aule: ragazzi che emulano atteggiamenti di boria, provocazione e maleducazione, convinti che il successo sia un diritto basato sull’ostentazione e non un traguardo raggiunto attraverso lo studio e il sacrificio.

È una riflessione che ci tocca da vicino. Come comunità, abbiamo il dovere di chiederci: quale modello di “realizzazione di sé” stiamo offrendo alle nuove generazioni? Quello dell’applauso facile e della bellezza artificiale, o quello della profondità morale e della cultura?

L’umiliazione della cultura

L’articolo mette a nudo una ferita aperta della nostra Italia: la mortificazione di chi studia. Mentre i laureati e i giovani talenti spesso si sentono invisibili o sono costretti ad abbandonare il Paese, la ribalta mediatica viene occupata da “personaggi senza spessore”, elevati a modelli da imitare. Per un insegnante che vede i propri alunni soffrire di solitudine o emarginazione perché “non si adeguano” a questi canoni superficiali, il dolore si trasforma in sdegno.

Una via per la pace interiore e culturale

Per ritrovare una via di pace – quella vera, che nasce dalla consapevolezza di chi siamo e non di ciò che mostriamo – è necessario spegnere il rumore di questo “decadentismo del terzo millennio”. Dobbiamo tornare a investire nell’etica, nel rispetto e nell’istruzione, unici veri strumenti per contrastare la corrosione morale descritta in questo sfogo.

Solo attraverso una resistenza culturale potremo riparare i danni causati da anni di “televisione spazzatura” e restituire ai nostri ragazzi la speranza in un futuro dove il valore di una persona non si misuri in like o in share, ma nella sua dignità umana.


Potete leggere il testo integrale di questa potente lettera aperta al seguente link, ospitato dal centro culturale “Gli Scritti”, un punto di riferimento per chi cerca profondità e confronto sui temi dell’educazione e della spiritualità:

👉 IO VI ACCUSO – Leggi il testo completo su Gli Scritti


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