La felicità come favola e la vita come verità (a partire da Evgenij Evtuščenko)

Evgenij Evtuščenko è stato uno dei poeti russi più noti del Novecento. Nato nel 1932 e morto nel 2017, apparteneva a quella generazione post-staliniana che, negli anni del cosiddetto disgelo di Chruščëv, cercò di restituire alla parola poetica uno spazio di libertà, di coscienza e di responsabilità pubblica.

Le sue poesie non vivevano solo sulla pagina scritta: erano dette ad alta voce, nelle piazze, nei teatri, davanti a migliaia di persone. La lingua, per Evtuščenko, non era mai neutra. Era uno strumento di memoria, di denuncia, di coinvolgimento collettivo. Nei suoi versi tornano spesso la storia russa, la ferita della Seconda guerra mondiale, il dissenso politico, ma anche l’amore, la vita quotidiana, le contraddizioni dell’esistere.

Tra i temi che attraversano la sua opera c’è anche una riflessione insistente sul significato della felicità. Non una celebrazione ingenua, ma piuttosto una messa in discussione. In un verso autentico, Evtuščenko scrive:

«A volte c’è una tale stoltezza nella felicità…
…Ora sono diventato felice per sempre,
perché non cerco più la felicità.»

Parole paradossali, che suggeriscono una verità scomoda: quando la felicità diventa un obiettivo ossessivo, rischia di svuotarsi di senso. Una certa pace interiore – sembra dire il poeta – nasce solo quando smettiamo di inseguirla come un idolo.

In rete e nei social circola spesso un’altra frase, attribuita a Evtuščenko:

«La felicità, la felicità, questa favola insulsa che ci inculcano fin da bambini.
Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.»

Non esistono riscontri certi che questa frase compaia nei suoi testi pubblicati. È più probabile che si tratti di una rielaborazione popolare, una sintesi efficace del suo pensiero. Proprio per questo vale la pena leggerla non come citazione d’autore, ma come testo autonomo, e chiederci che cosa davvero voglia dire.

La critica, qui, non è rivolta alla gioia in sé. Non c’è disprezzo per il benessere o per la serenità. Il bersaglio è un altro: la felicità trasformata in mito, in norma, in obbligo. L’idea che la vita abbia senso solo se è felice, e che tutto ciò che non produce felicità sia uno scarto, un errore, una deviazione.

L’espressione “che ci inculcano fin da bambini” sposta subito il discorso sul piano educativo e culturale. Non si parla di una scelta personale, ma di un’idea interiorizzata molto presto, quasi senza possibilità di critica. Famiglia, scuola, pubblicità, narrazioni dominanti: tutto sembra convergere nel dirci che una vita “riuscita” è una vita felice, possibilmente sempre.

Definire questa idea una “favola insulsa” è un gesto volutamente provocatorio. Favola perché racconta qualcosa di seducente ma irreale. Insulsa perché povera, semplificata, incapace di contenere la complessità dell’esperienza umana. Non tragica, non malvagia: semplicemente superficiale.

Il cuore della frase, però, sta nel finale:

“Ma non esiste solo la felicità, esiste anche la vita.”

Qui non c’è una negazione della felicità, ma una sua relativizzazione. La vita è più ampia. Comprende la gioia, certo, ma anche la fatica, il conflitto, la responsabilità, il fallimento, la perdita. Elementi che non sono anomalie da eliminare, ma parti costitutive dell’esistere.

Il valore di questa riflessione sta nel suo realismo esistenziale. Ricorda che vivere non significa stare bene continuamente. Che una vita piena non coincide necessariamente con una vita felice. E che esiste una dignità profonda anche nei momenti scomodi, irrisolti, dolorosi.

Forse, in fondo, il messaggio è questo:
non bisogna vivere per essere felici,
ma avere il coraggio di essere vivi.

Una verità semplice, eppure controcorrente. Proprio per questo, ancora necessaria.

Admin con ChatGPT

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