Andiamo poesia

Andiamo

Andiamo
con la carne lacerata,
cucita alla meglio
con spingole francesi.


commento:

L’autore sta pensando ai bambini morti a Gaza, ai soldati uccisi nelle trincee dell’Ucraina, oppure ai suoi nonni che hanno attraversato la Prima guerra mondiale e ora non ci sono più? Non lo sappiamo. E forse non è nemmeno importante saperlo. La poesia non nomina un luogo né un tempo preciso, perché il dolore che evoca non appartiene a una sola guerra, ma a tutte le forme di violenza che la storia infligge ai corpi e alle vite.

Accanto alle guerre dichiarate, il testo sembra parlare anche di ferite meno visibili ma altrettanto profonde. C’è la lacerazione dei giovani di oggi, costretti ad “andare” senza una direzione chiara: lavori precari che non diventano mai futuro, case sempre più piccole a prezzi sempre più grandi, esistenze cucite alla meglio, senza stabilità. Anche questa è carne ferita, che continua a muoversi perché fermarsi non è possibile.

E poi c’è un’altra lacerazione, spesso ignorata: quella degli anziani lasciati soli. Non muoiono sotto le bombe né nelle trincee, ma nei giorni tutti uguali, nelle case troppo silenziose, aspettando una visita che non arriva o una telefonata che smette di suonare. Anche loro “vanno”, ma verso un tempo che non interessa più a nessuno.

Infine, c’è una ferita che non è pubblica, non è collettiva, ma scava in silenzio: il senso di colpa. Quello di una madre che piange la figlia uccisa da un compagno violento e si domanda, senza trovare pace, perché non sia riuscita a proteggerla. Era la sua unica figlia, tutto ciò che aveva, dopo che il padre se n’era andato. Ora resta solo il pensiero che l’amore non sia bastato, che ci fosse un gesto da fare prima, una parola da dire prima. Anche questa madre continua ad andare, cucita alla meglio da ricordi e domande senza risposta.

In questa indeterminatezza sta il cuore della poesia: non spiega, non accusa, non consola. Mostra soltanto esseri umani feriti che continuano a camminare. Così il lettore è costretto a fermarsi, a riconoscere le proprie lacerazioni, e a domandarsi quante forme diverse può assumere la violenza quando entra nelle vite quotidiane.  Ci sono soluzioni?

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